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Stalag XXA - Toruń (Polonia)
Kriegsgefangene 3-8157 - Luigi Gio Batta (Gino) Borsari

di Federico Borsari - 5 Febbraio 2025

Oggi è il 5 Febbraio 2025. Esattamente ottant'anni fa il prigioniero di guerra (Kriegsgefangene) Gino Borsari, ovadese, internato nello Stalag XXA di Toruń, in Polonia, e distaccato presso il campo di lavoro di Steinau an der Oder (oggi Ścinawa), sempre in Polonia, riusciva fortunosamente a sfuggire alla prigionia tedesca e veniva salvato dai militari dell'Armata Sovietica nel corso della storica "Battaglia dell'Oder", operazione militare che consentì ai Sovietici di sfondare le linee germaniche proprio a Steinau (ed in altre località lungo il fiume), travolgendo con ondate successive di attacchi di artiglieria e panzer (carri armati) le "teste di ponte" che i Tedeschi avevano lì approntato ed aprendo la strada per l'avanzata sovietica verso Berlino.

Lo Stalag XXA di Toruń era stato costituito nel 1939 per accogliere i prigionieri di guerra polacchi dopo l'invasione germanica. A partire dall'anno seguente, era stato ingrandito per accogliere anche i prigionieri di altre nazionalità. Il campo era "organizzato" in diciassette lager, ubicati nelle altrettante strutture fortificate che circondavano (e circondano tuttora) la città. Dal 1940 al 1945 furono "ospiti" della struttura oltre sessantamila militari di tutti gli eserciti nemici della Germania (oltre ai Polacchi, c'erano Francesi, Belgi, Inglesi, Norvegesi, Jugoslavi, Russi, Americani, Australiani ed Italiani). Di questi, quasi la metà (in maggioranza Russi) non tornarono mai più alle loro case.
Lo Stalag XXA di Toruń gestiva anche circa duecento "campi di lavoro" sparsi in tutta la Polonia, campi in cui venivano "smistati" i prigionieri per attività utili allo sforzo bellico germanico (fabbriche di munizioni, costruzione di difese e trinceramenti, ecc.).
Uno di questi campi era situato a Ścinawa (che i Tedeschi avevano ribattezzato Steinau an der Oder), una cittadina grande più o meno come Ovada che si trovava (e si trova tuttora) sulla riva sinistra del fiume Oder e che era importante ai fini bellici poiché c'erano (e ci sono ancora) due ponti, uno stradale ed uno ferroviario, di vitale importanza per le comunicazioni dell'armata tedesca, ponti che dovevano essere difesi, come suol dirsi, "a qualunque costo" dagli attacchi nemici.
Lo Stalag XXA gestiva anche una "Compagnia di Disciplina" formata da minorenni tedeschi che erano stati condannati per diversi reati e che scontavano la loro pena difendendo il "Sacro Suolo Germanico" in prima linea. Male organizzati ed ancor peggio armati (vecchi fucili di costruzione italiana ed altrettanto vecchie carabine norvegesi per tiro a segno sportivo), la quasi totalità di questi ragazzi (alcuni dei quali non avevano più di 14-15 anni) vennero letteralmente annientati dai carri armati sovietici nel corso della citata "Battaglia dell'Oder".
Qui sotto un panorama di Steinau an der Oder e la foto del ponte veicolare negli Anni Quaranta del Novecento (foto dal Web):

Steinau an der Oder 1945

Steinau an der Oder 1945

La battaglia per la conquista della testa di ponte di Steinau da parte delle truppe sovietiche si svolse dal 22 Gennaio al 6 Febbraio 1945. Quest'operazione faceva parte, ovviamente, di una ben più vasta iniziativa d'attacco da parte dei Sovietici, che schierarono lungo tutto il fronte polacco oltre due milioni di uomini, oltre trentamila pezzi di artiglieria, più di settemila carri armati ed altrettanti aerei. La Germania, in difesa, schierava poco meno di novecentomila uomini, meno di diecimila pezzi di artiglieria, non più di millecinquecento carri armati e circa millecinquecento aerei.  Der Landser L'operazione iniziò il 12 Gennaio ed ebbe termine verso la metà di Febbraio, quando la caduta delle difese tedesche sulla linea del fiume Oder permise di iniziare la marcia verso Berlino (che distava meno di cento chilometri), il suo assedio e la resa, che avvenne il 2 Maggio seguente.
A Steinau, come nel resto della linea del fuoco, gli attacchi sovietici avvenivano ad "ondate" successive, una o più al giorno, in cui i carri armati sovietici, appoggiati dall'aviazione, da Oriente si dirigevano verso il fiume Oder; i panzer tedeschi "abboccavano", li fronteggiavano, cadevano in trappola e venivano distrutti. In effetti la sproporzione tra le forze in campo era tale che ogni ondata si trasformava per i Tedeschi in una vera e propria caneficina tanto che, dopo la fine della Guerra, la rivista tedesca "Der Landser", fondata nel 1953 da un "nostalgico" ex comandante dell'aeronautica e che con la scusa di "documentare i fatti" della guerra con testimonianze dirette non mancava mai di esaltare le "imprese" dell'esercito nazista, non potè fare a meno di dare al numero dedicato alla battaglia di Steinau il titolo "Totentanz in Steinau" (Danza Macabra (ballo dei cadaveri) a Steinau).
Il 6 Febbraio 1945 le truppe sovietiche entravano in Steinau ed iniziavano la marcia verso Berlino.

Steinau Febbraio 1945

L'8 Settembre 1943 il Generale Pietro Badoglio, Capo del Governo Italiano dopo l'arresto di Mussolini da parte del Re, annunciò ai microfoni dell' EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche) l'entrata in vigore dell'Armistizio (che per la verità era stato firmato a Cassìbile, in Sicilia, cinque giorni prima). Il testo annunciato alla radio era il seguente:
"Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta.
Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza."


Il testo fu annunciato ai microfoni dell'E.I.A.R. (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, antenato della R.A.I. (Radio Audizioni Italiane)) alle ore 19:42.
Quel giorno, il Caporal Maggiore Luigi Gio Batta Borsari, addetto di Fureria (in pratica un "imboscato") era di stanza in una caserma "mista" piemontese. Nelle caserme "miste" erano alloggiati sia i militari italiani che gli "alleati" tedeschi.
Alle ore 19:42 il Borsari, come tanti altri suoi commilitoni, era in Libera Uscita, forse a cena od altrove, e, come moltissimi altri, non ebbe modo di ascoltare la radio.
Al ritorno trovò i Tedeschi (loro, invece, la radio l'avevano ascoltata) che avevano "preso" la caserma senza colpo ferire e, mano a mano che rientravano dalla libera uscita, prendevano prigionieri tutti gli ex-alleati italiani, che nel frattempo erano diventati "nemici".

Fu imbarcato su di un autocarro e portato in Germania, dove la sua prima destinazione fu un campo di lavoro a Grümberg. Dopo qualche mese, poiché le sorti della guerra richiedevano mano d'opera sul fronte orientale, fu trasferito a Toruń, dove venne "immatricolato" con il numero 3-8157.

Stalag XXA

Da lì fu assegnato al Campo di Lavoro di Steinau an der Oder, che raggiunse a piedi dopo lunghe marce forzate e dove lo ritroviamo all'inizio dell'anno 1945.

Percorso Torun-Steinau

Il lavoro che Borsari svolgeva in questo campo (come in tutti gli altri campi della zona al di là dell'Oder) era quello di realizzare difese territoriali (trincee, reticolati, cavalli di Frisia, ecc.) che avrebbero dovuto contrastare, o perlomeno rallentare, l'avanzata dell'Armata Sovietica.
Nel campo c'erano prigionieri di tutte le nazionalità, ma gli italiani erano solamente due: un napoletano (che Borsari indica con il cognome "Rossi" ma che, in effetti -dopo 80 anni lo possiamo dire- si chiamava Massa) e l'ovadese Luigi Gio Batta (detto Gino) Borsari.
La "fuga" dei due italiani dal campo avviene il 5 Febbraio 1945, proprio in occasione di una delle "ondate" d'attacco sovietiche contro la testa di ponte tedesca di Steinau.

Gino Borsari ha raccontato la vicenda in un articolo pubblicato nel 1969 (che trovate in altra pagina di questo sito). Qui vogliamo sottoporvene i tratti più significativi. Racconta quindi Gino Borsari:
"(...)Al di là del fiume, in un piccolo villaggio abbandonato, in mezzo ai boschi di conifere, dov'era il baraccamento, la guerra la si subiva inermi. Si era praticamente in terra di nessuno; pochissime sparute forze tedesche presidiavano la zona ormai abbandonata al suo destino. Più che di difesa, il loro compito era quello di avvistamento e segnalazione. Il grosso ed i mezzi corazzati si tenevano nelle città e nei paesi della riva sinistra, al di là dei ponti minati, con la speranza che il fiume facesse da baluardo naturale all' invasione. Ad ogni allarme, qualche piccolo panzer varcava i ponti, si avventurava allo sbaraglio nella zona critica e, immancabilmente, cadeva in mezzo all'accerchiamento dei grossi carri armati russi che, dopo aver dilaniato la preda, sparivano indenni all'orizzonte. Le carcasse fumanti ed annerite, diventate bare per gli equipaggi, si stagliavano nel grigiore invernale come neri fantasmi di draghi abbattuti, quasi a testimoniare la fine di un mito.
La nostra posizione era indefinibile. Non passava giorno senza che il nostro lavoro forzato fosse interrotto da mitragliamenti aerei, puntate di pattuglie e carri russi. Ci si trovava sempre in mezzo a sparatorie tra russi e tedeschi ed i nostri guardiani diventavano via via più perfidi. La vicinanza dei Russi li ossessionava, ci sorvegliavano più attentamente che mai ed un nonnulla bastava a scatenarli. D'altra parte, oltre il timore per la loro pelle, temevano una nostra fuga che la poca distanza dalle posizioni russe avrebbe favorito. Rossi ed io, gli unici italiani di quel gruppo, si stava il più possibile uniti. Mi faceva le sue confidenze, mi parlava della sua Napoli, deli suoi cari, della sua 'guagliona' che l'aspettava, ma più che altro faceva progetti di fuga; quello dell'evasione era un pallino che non l'aveva abbandonato.
La situazione ora non era più quella di Gruemberg; qui se si riusciva a superare quella fascia di terra scoperta che ci separava dai russi e se si riusciva ad evitare il tiro a segno che avrebbero fatto su di noi i Tedeschi, si poteva dire di avere quasi raggiunto lo scopo. Bisognava, però, necessariamente, correre verso le linee sovietiche, indietro non si sarebbe più potuto tornare... e come ci avrebbero accolti loro? Ci avrebbero forse scambiato per tedeschi e presi a fucilate? In ogni caso non c'era altra alternativa.
Di questo si discuteva con Rossi un giorno del febbraio 1945, appiattiti in una profonda buca del terreno mentre sopra di noi si susseguivano i colpi tra l'una e l'altra parte, durante una delle solite scaramucce. Mi aveva ormai quasi convinto e, d'altronde, che altro si poteva fare? Eravamo allo sbaraglio, con pochissime possibilità di uscirne vivi, e tanto valeva tentare. E bisognava farcela di giorno, perchè la notte le porte e le finestre del baraccamento venivano sprangate dal di fuori ed era impossibile la fuga. Bisognava tentare quando si era fuori, dunque, durante un allarme, quando pattuglie e carri facevano sortite di disturbo e nelle linee tedesche si creava panico e confusione e la sorveglianza su di noi veniva allentata perchè i nostri guardiani cercavano anch'essi un riparo in qualche buca. Ma, più che altro, bisognava fare in modo di trovarsi, in quel momento, staccati ed isolati dal gruppo, in modo da non essere, anche se al riparo, sotto la diretta sorveglianza dei guardiani.
Si stava appunto scavando, in quei giorni, una profonda trincea anticarro. Il suo tracciato si snodava come un grosso serpente nella pianura ondulata e noi eravamo appunto scaglionati a piccoli gruppetti lungo questo fossato. I due o tre guardiani lo percorrevano in tutta la lunghezza incitandoci, sbraitando ed a volte bastonandoci perchè spicconassimo alla svelta ed in profondità. Noi si spicconava quando erano in vista e si smetteva quando si allontanavano. Il tracciato stesso dell'opera, tutto ad anse e rientramenti, ci permetteva di usare quella tattica di boicottaggio che, penso, sia stata sempre usata, da che mondo è mondo, da tutti coloro subenti un'oppressione. Rossi ed io ci si trovava all'estrema destra dello scavo, coperti alla vista degli altri dall'ultimo gomito del tracciato. Era una giornata freddissima, con terreno duro e gelato. L'unico conforto era quel poco di calore naturale che ci dava il movimento; se non altro, quando si usava il piccone ci si scaldava.
Ad un tratto ecco una formazione di tre 'Rata' sovietici che scende in picchiata mitragliando.
Si crea la solita confusione. Tutti cercano riparo come meglio possono. Il nostro fossato ci ripara abbastanza bene dalle offese aeree, perchè è ben difficile che dall'alto e frontalmente possano colpirci, a meno che non lo prendano d'infilata.
Ma non siamo noi l'obiettivo degli aerei. Essi puntano certamente contro qualche postazione di artiglieria più arretrata o su panzer in movimento.
E non sono solo aerei. Stavolta la cosa è più grave. Infatti, all'orizzonte si stagliano minacciose le sagome di un gruppo di grossi carri che avanzano lentamente, con il loro caratteristico stridore di ferraglia.
L'ordine per noi è di ripiegare alla svelta, ma nel caos che si è venuto creando e nella precipitazione degli eventi le nostre guardie non possono coordinare un arretramento ordinato, e tutto si svolge alla "Si salvi chi può!".
Può essere per noi l'occasione sperata. nel trambusto del momento, forse, avranno altro che pensare di badare a noi due. Sostiamo appiattiti sul fondo del fossato, in attesa. Alla nostra destra, oltre il limite dello scavo, c'è un boschetto di alberi scheletriti.
D'un balzo siamo fuori trincea e con una frenetica corsa raggiungiamo ansanti il non lontano gruppo d'alberi che ci sarà di nuovo riparo. Sentiamo alle nostre spalle, verso sinistra. il vociare dei guardiani che incitano gli altri a raccogliersi per ripiegare più in fretta.
Si allontanano. Torna sul posto una relativa calma, rotta soltanto dal rumore dei carri che avanzano e dal gracchiare a singulto di qualche mitragliatrice.
Ormai il dado è tratto, non è più possibile tornare con gli altri; non ci resta che tentare la via dei Russi. Ma ora il pericolo è maggiore. Se ci mettiamo allo scoperto rischiamo di cadere sotto i colpi delle postazioni tedesche sparse sulla pianura, e di fronte abbiamo i Russi che avanzano e verso i quali vorremmo andare.
Ci consultiamo sul da farsi. Il tempo stringe, i carri avanzano e, dietro i carri, pattuglie di fanteria. Sulla nostra destra, al di là del boschetto, una mitragliatrice tedesca comincia a sgranare il suo rosario.
Tentiamo! Il rischio è grande, ma bisogna correrlo. Cerchiamo freneticamente una pezzuola bianca, la issiamo su di un ramo secco e con essa, correndo a balzelloni, usciamo allo scoperto verso il più prossimo dei carri russi.
I Tedeschi ci hanno visti: intorno a noi cominciano a fischiare i proiettili. Ci buttiamo dentro la prima buca che troviamo e, dopo un attimo di sosta per riprendere fiato, ci rimettiamo a correre chinandoci il più possibile e zigzagando per offrire un più difficile bersaglio a chi ci spara.
Sono attimi pazzeschi. Ad un tratto Rossi cade di botto. Lo hanno colpito. Mi butto a terra, lo afferro come posso e strisciando me lo trascino, con immensa fatica, dentro la buca più vicina. Perde molto sangue da una brutta ferita alla gamba destra. Con la sciarpa che mi levo dal collo cerco di fermare l'emorragia stringendogli la gamba sopra la ferita. Non posso fare altro. Intanto ci sferraglia accanto il carro russo, alto sui bordi della buca, ma non si ferma. Mi volto un attimo e lo vedo indirizzare il fuoco delle sue armi dritto sulla postazione tedesca che ha colpito Rossi.
Ora arrivano i fanti; si fermano alti su di noi, con i Parabellum puntati, ma non sparano, gridano chissà cosa. Alzo tremante le mani e due scendono. Guardano Rossi. 'Kaputt?', mi domandano. Faccio segno di no, sempre con le mani alzate. Uno mi fa segno di abbassarle, parlotta con l'altro e se ne va.
Quello che resta si accuccia ed attende. E' un giovane Mongolo dagli occhi obliqui, vivi ed intelligenti. Infagottato nel lungo pastrano grigio mi sorride e si accinge ad arrotolarsi una sigaretta. Quando l'ha accesa si sfila dalla cintura una borraccia e me la porge indicandomi Rossi, che non ha ancora ripreso i sensi. Apro la borraccia e l'annuso; sento forte l'odore dell'alcool e accostandola alla bocca del ferito faccio scolare un pò di liquido nella sua gola. Rossi apre gli occhi, si guarda in giro e, stralunato, mormora "Mo' siamo arrivati in Cina!".
Gli faccio animo, cerco di appoggiarlo nel migliore modo possibile contro le pareti della buca, bevo anch'io una sorsata di alcool che mi brucia forte lo stomaco, ma mi dà un pò di calore, e restiamo in attesa.
Intanto, l'azione deve essere terminata; non si sentono più spari dietro di noi.... I carri ritornano. Uno si ferma e ne scende un Ufficiale con il fante che ci ha lasciati prima. Mi parla in Russo; quando gli faccio capire che sono italiano esclama "Badoglio capitulante!", poi mi si rivolge in francese; finalmente ci comprendiamo e gli spiego com'è andata.
Non gli è possibile trasportare il ferito sul mezzo cingolato, almeno per il momento. Lui deve tornare, perchè la missione è compiuta e non ha spazio nè tempo per portarlo con sè. Inoltre, questa è zona non ancora occupata e non può fermarsi, deve rientrare alla base per riferire e prendere ordini. Mi promette che farà il possibile per tornare a prenderci. Ad una mia insistente domanda se ci sono ancora tedeschi dietro di noi, mi dice che le postazioni di quel settore hanno ripiegato in disordine e che loro li hanno inseguiti fino al fiume. Non sa altro.
Mi lascia due coperte, una borraccia d'acqua, un pò di pane e lardo, una fiaschetta di vodka, un poco di tabacco da arrotolare e se ne va.
Intanto scende la notte. Rossi si lamenta per il dolore ed io non so come fare per lenirlo. L'emorragia si è fermata ma il ferito è febbricitante. Cerco di adagiarlo alla meno peggio e lo copro con le due coperte; ogni tanto gli do un sorso di vodka e un pò d'acqua. Delira, smania, si dimena e parla. Piange, ride, dice parole sconnesse e, in qualche momento di lucidità, mi chiede che cosa sarà di noi. Cerco di rassicurarlo, gli dico ciò che ha promesso il russo, ma anch'io ci credo poco.
La notte è illuminata da bagliori d'incendi all'orizzonte. Sono paesi e villaggi che bruciano. Lontano, si sente continuo il tuonare delle artiglierie; ne deduco che sta succedendo qualcosa di grosso e forse i Russi hanno sfondato in qualche punto ed hanno passato il fiume.
Il freddo è intensissimo, e l'alba tarda a venire. Cosa potrò fare con questo ferito se non verranno a prenderci? Penso a tutte queste cose mentre balzello, salto, muovo le braccia e gambe per non restare intorpidito dal freddo. Ho l'impressione che non ci siano più tedeschi dietro di noi; tutto intorno è silenzio. Forse il russo ha detto la verità.
Con il solo cappotto, devo muovermi in continuazione. Sono obbligato ad uscire dalla buca per fare un pò di movimento. Lo faccio con timore, ma nulla si muove; è veramente terra di nessuno. Unico, solo, come un fantasma impazzito, corro intorno ai margini della buca per riscaldarmi. Rossi, di sotto, geme. La scena deve essere tragica e comica insieme.
Finalmente, un grigiore lattiginoso ad oriente annuncia l'alba prossima. In quest'ora tutto è silenzio. Le artiglierie tacciono ed una nebbia bassa che sale dal fiume avanza pian piano sulla pianura. Ed ecco, lontano, davanti a noi, il battere di un motore. E' un camion isolato che viene solitario nella nostra direzione. Mi alzo, gesticolo, agito un fazzoletto..... Sono loro!
Il camion si ferma e ne scende l'Ufficiale di ieri, al volante una donna in uniforme. "Allons...Vite! Vite!", mi dice. Mi aiuta a trasportare il ferito dentro il cassone coperto del camion e poi salgo anch'io. Si riparte.
Marciamo vari chilometri a scossoni nella pianura e, finalmente, imbocchiamo una carrozzabile piena di traffico e di movimento. Sono truppe appiedate, carriaggi, salmerie, colonne di autocarri e di carri armati, pezzi di artiglieria che convergono tutti verso la testa di ponte di Steinau, dove i Russi hanno sfondato e varcato il fiume. Gruppi di prigionieri tedeschi ci incrociano, appiedati, laceri e coi volti disfatti. Ci arrestiamo presso un comando avanzato, dove c'è un gran traffico di uomini e di mezzi. A Rossi vengono praticate le prime medicazioni da un medico militare russo che già è indaffarato per conto suo con altri feriti russi.
Io vengo condotto dal Comandante, al quale racconto la nostra storia in francese che, via via, viene tradotta in russo dal nostro soccorritore. Infine mi conducono in una cucina da campo, dove posso abbondantemente rifocillarmi.
Rossi viene caricato su di un camion che trasporta feriti in qualche ospedale arretrato. L' Ufficiale, nostro samaritano, viene anche lui a salutarlo e, tramite la mia traduzione, a rassicurarlo che tutto gli andrà bene.
L' avventura è così finita."



Steinau oggi

Steinau an der Oder oggi si chiama Ścinawa ed è una piccola cittadina della Polonia (in Bassa Slesia) di poco più di diecimila abitanti. Vi sono molti ricordi della battaglia del Febbraio 1945; tra questi un memoriale sovrastato da un carro armato sovietico puntato verso la Germania.

Steinau memorial

E' però desolatamente preoccupante considerare come oggi, ad ottant'anni di distanza, questo borgo (e con esso tutta la Polonia) tema di dover nuovamente accogliere sul suo territorio i carri armati Russi non più come liberatori ma, questa volta, come occupanti.
Gino Borsari, come tutti quelli che erano con lui sull'Oder, è morto da oltre trent'anni. Nessuno, a parte gli storici, si ricorda più di Steinau e di tutto il resto.
Brutta cosa non riuscire mai ad imparare qualcosa dalla Storia ma, purtroppo, it's the rule of the game. Amen.