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I corsi d’acqua come risorsa

Testo dell'intervento introduttivo “a braccio” di Federico Borsari nell’ambito della Conferenza "13 Agosto 1935 – Le nove ore che sconvolsero la Val d’Orba".
Ovada – Loggia di San Sebastiano - 12 Agosto 2025 ore 21

Convegno 90 Anni Diga Molare

Eccoci qui. Buonasera a tutti.
Anche stasera fa molto caldo; fortunatamente, al termine di questa serata, torneremo a casa e ci rinfrescheremo con una bella doccia. E mentre saremo sotto la doccia, penseremo che l’acqua che scende dai nostri rubinetti arriva dal torrente Orba; in effetti l’acquedotto ovadese ha i suoi pozzi in Regione Rebba.
Ma, oltre a questo, i nostri due torrenti, attualmente, forniscono anche l’acqua necessaria per “innaffiare” quegli appezzamenti di terreno a loro adiacenti in cui gli Ovadesi coltivano frutta e verdura ed allevano animali da cortile (galline, conigli, ecc.). Lo Stura serve per le coltivazioni della “Piana di Belforte” (divisa tra i territori di Ovada e Belforte); l’Orba serve i terreni posti nella “Regione Orti”, che si trova attorno al “ponte della Veneta” e che si chiama così poiché già nel Medioevo era la zona in cui si effettuavano le coltivazioni.
Ma se andiamo indietro nel tempo di circa mezzo secolo, quelli che, come me, hanno più di sessant’anni (e vedo che stasera siete qui in molti) si ricorderanno che i nostri torrenti servivano anche ad altri scopi, che ormai oggi non usano più.

Il primo era “lavare”. A quei tempi non c’erano ancora le lavatrici (che sarebbero arrivate pochi anni dopo) e per lavare i panni le nostre mamme, nella buona stagione, almeno una volta alla settimana preparavano “u destéin déi robe”, cioè quella cesta in cui si metteva la biancheria da lavare, e assieme alle altre donne del quartiere scendevano al fiume, appunto, per lavare “le robe”.

Convegno 90 Anni Diga Molare

Il secondo era l’alimentazione. Oggi, se abbiamo voglia di mangiare un po’ di pesce, andiamo al supermercato (o in pescheria), lo acquistiamo e magari lo mettiamo nel surgelatore per utilizzarlo anche in seguito. A quei tempi non c’erano i supermercati, le pescherie e, tanto meno, il surgelatore e chi voleva mangiare il pesce, semplicemente, lo andava a pescare nel fiume e con i tre-quattro pesci pescati ci si combinava il pranzo o la cena.

Sembrerà strano, ma i torrenti in passato fornivano anche il riscaldamento delle case. Quando non c’erano ancora i condomìni, i riscaldamenti centralizzati, il gasolio ed il gas, nelle case c’era la stufa a legna e per “accendere la stufa” servivano rami e ramoscelli, che venivano raccolti dal greto dei torrenti soprattutto dopo le piene, quando si ammucchiavano tronchi e rami. I nostri “vecchi” scendevano al fiume, tagliavano, raccoglievano, facevano la famosa “fascìna” e la portavano a casa per accendere il fuoco.

Un quarto scopo dei nostri torrenti, che in questo caso rappresentavano anche un’occasione di “socialità collettiva”, era quello di fornire refrigerio e rinfresco nei mesi estivi in cui, allora, non si andava al mare o in vacanza ma, nei caldi pomeriggi estivi, tutti, giovani e vecchi, si andava al fiume per fare il bagno, giocare e trascorrere il tempo in allegria tutti insieme.

Convegno 90 Anni Diga Molare

Andando ancora più indietro nel tempo, secoli fa, scopriamo che i nostri torrenti fornivano anche altre cose, come il pane ed il lavoro.
Sapete tutti che senz’acqua non è possibile la vita umana e che quando si fonda una città, o un villaggio, lo si deve fare in prossimità di un corso d’acqua.
Qui in Ovada possiamo vantare il lusso di averne addirittura due, come Roma (Tevere ed Aniene) e Torino (Po e Dora) e sappiamo che Ovada esisteva già fin dai tempi degli antichi Romani, che avevano istituito proprio qui un presidio militare per contrastare la dura guerriglia delle tribù dei Liguri, che furono una delle popolazioni più “dure” da sottomettere.
La prima cosa che fecero i Romani fu, come dappertutto, costruire un mulino che consentisse di poter macinare il grano e fornire la farina per fare il pane. E lo costruirono sul torrente Stura, nell’esatta posizione in cui ancora oggi, qui dietro, esiste l’attuale mulino, che noi chiamiamo ancora “Mandelli” ma che ormai è di proprietà di una multinazionale. Quando noi, oggi, guardiamo il nostro mulino difficilmente pensiamo che quel mulino era già lì ai tempi dei Romani ma, in effetti, è proprio così.
Ma di mulini in Ovada ce n’erano due, uno per torrente. Quello sull’Orba risulta già citato negli Statuti del 1327. I due mulini erano amministrati dalla Serenissima Camera dell’altrettanto Serenissima Repubblica di Genova (Ovada fece parte della Repubblica di Genova dal 1272 al 1815) la quale, però, ne aveva affidato la gestione locale ad ordini religiosi. Il mulino sullo Stura fu affidato ai Padri Domenicani (che stavano al posto degli attuali Scolopi) mentre, più tardi, il mulino sull’Orba venne affidato ai Padri Cappuccini. La gestione dei due mulini era assai differente; mentre i Domenicani applicavano tariffe di macinazione assai alte (e per questo motivo sorsero anche diverse discussioni), i Cappuccini, che fin dal loro arrivo in Ovada erano stati definiti i “frati del popolo” per la loro opera di assistenza ai poveri, in taluni casi macinavano anche gratis. E’ per questo motivo che in Ovada si parla ancora oggi di “Mulino dei Frati” mentre del “Mulino dei Domenicani” da secoli se ne è perduto il ricordo. Ma dei mulini parleremo ancora dopo.

All’inizio del 1600 anche in Ovada si iniziò l’allevamento dei bachi da seta (da cui si ottengono i filati di seta) e fu installata una filanda (di cui rimangono ancora oggi alcune strutture). Come sapete i bachi da seta si “allevavano” in casa, in apposite stanze e gli si dava da mangiare con le foglie dei gelsi (a quell’epoca le nostre campagne erano piene di gelsi; oggi non ne rimane più neanche uno). Quando i “bozzoli” (che noi chiamiamo “cuculli”) erano pronti, li si portava alla filanda dove venivano buttati nell’acqua bollente; si scioglievano e si ottenevano finissimi fili di seta che venivano riuniti per ottenere il filato di seta. E’ da notare che i filati di seta prodotti in Ovada erano molto pregiati ed apprezzati, tanto che, dopo essere stati portati a Genova, venivano imbarcati sulle navi e portati in Francia, dove servivano per la realizzazione dei preziosi tessuti in seta che servivano per realizzare gli abiti dei ricchi, dei Nobili e di quanti potevano permetterselo.
Le macchine della filanda di Ovada funzionavano con l’acqua dello Stura. Il canale che portava l’acqua al mulino (e ne faceva funzionare le macchine) fu prolungato fino alla filanda e l’acqua veniva poi ributtata al fiume appena prima del ponte. La filanda funzionò a pieno regime fino alla prima metà dell’Ottocento, per poi ridurre progressivamente l’attività, che finì nel primo dopoguerra.

Ma torniamo ai mulini. Essi rimasero in gestione agli ordini religiosi fino al 25 Aprile 1810, quando Napoleone emise il famoso decreto di scioglimento degli Ordini Monastici. Nel 1815, con la Restaurazione, quando Ovada, con i territori della ex Repubblica Genovese passò sotto il possesso dei Savoia, i due mulini entrarono nelle proprietà comunali. Il Comune non aveva la possibilità di gestirli e così dapprima vendette quello sullo Stura a privati che da allora, passando di proprietà in proprietà, lo fecero funzionare (e funziona ancora oggi).
Il mulino sull’Orba (quello “dei Frati”) rimase invece inattivo (salvo brevi periodi) per diversi decenni fino al 1893 quando un Ingegnere Elettrico, che si chiamava Garrone, lo acquistò e vi installò la prima centrale elettrica. Era una centrale piccola, che funzionava solo otto mesi all’anno (quelli invernali; nei mesi estivi l’acqua del torrente non era sufficiente a far muovere le dinamo). Allora le case private che potevano permettersi l’illuminazione elettrica si contavano sulle dita di una mano e l’elettricità che quella centrale forniva era soprattutto destinata a far girare le macchine di alcune industrie ovadesi e, novità importante, a consentire di installare, nel 1896, la prima illuminazione pubblica elettrica (una quarantina di lampade nelle principali piazze e strade di quello che oggi viene definito “centro storico”).
Nei primi anni del Novecento, dopo che erano state costruite le due ferrovie ovadesi (Acqui-Ovada-Genova nel 1894-1898 e Alessandria-Ovada nel 1906-1907) si prese in considerazione la possibilità di elettrificarle (cosa che poi avvenne nel 1929) e si rese necessaria la costruzione di una nuova centrale, che sorse vicina a quella vecchia, e che fu realizzata dalla C.I.E.Li. (Compagnia Industrie Elettriche Liguri). Questa centrale funzionò fino al 13 Agosto 1935 quando venne parzialmente demolita dall’ondata di piena. Fu ricostruita e funzionava ancora nel 1962 quando ci fu la “nazionalizzazione” dell’energia elettrica e nacque l’ENEL. Continuò a funzionare ancora per qualche anno, ma nell’ambito di una rete elettrica nazionale la sua produzione risultava assolutamente marginale e così fu dismessa. Continuò ad essere abitata fino agli Anni Settanta. Per qualche anno, negli Anni ottanta, fu sede della Tipografia Pesce, che vi stampava il giornale locale “L’Ancora” e poi fu definitivamente abbandonata, com’è ancora oggi. E’ tuttora di proprietà Enel.

Come si vede, nei secoli passati, e fino a mezzo secolo fa, il rapporto tra Ovada ed i suoi torrenti è sempre stato amichevole e reciprocamente collaborativo. I fiumi aiutavano la città e la città aiutava i fiumi.
Ma i tempi sono cambiati. Sarà colpa nostra, delle istituzioni, dei cambiamenti climatici... Chissà, ma oggi, purtroppo, noi Ovadesi ci interessiamo ai nostri due torrenti (in particolare l’Orba) solo quando piove, e quando piove un po’ troppo, ecco che ci precipitiamo in Piazza Castello per guardare le aste idrometriche, preoccupati del fatto che, soprattutto da qualche decennio a questa parte, quando l’Orba supera gli argini le prime ad “andare a bagno” sono l’Ormig e la Vezzani. I nostri torrenti, in pratica, oggi non vengono più considerati come una risorsa ed un’opportunità, ma come un pericolo.
Non è una bella cosa. Speriamo quindi che, grazie anche ad iniziative come questa, sia noi, ma soprattutto i nostri figli e nipoti, riusciamo a recuperare quell’amicizia e confidenza con i nostri torrenti che ormai manca da troppo tempo.

Ho finito. Grazie.