You are using an outdated browser. For a faster, safer browsing experience, upgrade for free today.

Da Zangelmi a Telecom Italia-TIM. 115 anni di telefonìa in Ovada

di Federico Borsari - 6 Dicembre 2025

Logo SIP

I giovani nati dopo il 1995 non ricordano il logo che presentiamo qui sopra. Oggi Telecom Italia e TIM (Telecom Italia Mobile) sono due dei gestori telefonici più attivi nel nostro Paese e, insieme, gestiscono la maggior parte del traffico telefonico, fisso ma soprattutto mobile, del nostro Paese. Quelli più "anziani", invece, si ricordano molto bene della SIP, che è stata il gestore nazionale della telefonia per trent'anni, dal 1964 al 1994. I più "vecchi", come chi scrive, ricordano anche che qui in Ovada, prima del 1964, i telefoni erano gestiti dalla STIPEL. Ma che cosa significa l'acronimo "S.I.P."?
A parte gli addetti ai lavori, siamo quasi certi che nessuno possa immaginare, neanche lontanamente, che S.I.P., in origine, significava "Società Idroelettrica Piemontese".
Sì, avete letto bene: "Idroelettrica". In effetti la SIP era nata nel 1887 proprio con lo scopo di realizzare centrali idroelettriche (ma anche termoelettriche) e linee di distribuzione, operando dapprima in Piemonte e, in seguito, anche in altre Regioni. La SIP fu una delle migliori industrie elettriche del Primo Novecento ed i risultati (ed i ricavi) molto buoni di quest'attività la indussero, negli Anni Venti dello stesso secolo, a "diversificare" i suoi interessi dedicandosi anche ad un'altra tecnologia che in quegli anni si stava fortemente affermando in Italia: la telefonìa. Fu così che, nel 1923, nacque il secondo "ramo aziandale", che prese il nome di "SIP - Società Italiana per l'Esercizio Telefonico", che ha esplicato la sua attività, tra diverse ed alterne vicende societarie, fino al 1994.
Tutto questo "pippone" introduttivo per trattare, sempre per sommi capi, ovviamente, l'evoluzione della telefonia in Ovada a partire dal 1910, quando fu installata la prima rete urbana telefonica, con collegamento alla rete nazionale tramite Novi Ligure, da parte della ditta "Impresa Telefonica per le Reti Secondarie dell'Alta Italia", di cui era titolare l'Ing. Vittorio Zangelmi e che aveva sede in Torino.
Ma, come sempre, per capire meglio l'argomento, dobbiamo fare i soliti quattro passi indietro.

Le origini della telefonìa in Italia

Checché ne dicano gli Statunitensi, il telefono (o, come lo chiamava lui, "Telettròfono") fu inventato da Antonio Meucci nel 1849 mentre si trovava a Cuba e stava effettuando alcuni esperimenti di elettroterapia (sperimentava metodi di cura in corpore vili applicando correnti elettriche al corpo umano). A prescindere dalle vicende personali e giuridiche intercorse per anni tra Alexander Graham Bell e lo stesso Meucci a proposito della paternità dell'invenzione (vicende che ancora oggi non si sono chiaramente risolte né sotto il punto di vista tecnico-legale né sotto quello storico), durante gli ultimi decenni dell'Ottocento l'utilizzo del telefono ebbe un'enorme diffusione in tutto il Mondo e, come tutte le cose nuove, diede origine a problematiche sociali e politiche che, soprattutto in Italia, a seconda degli orientamenti dei vari Governi che si succedettero, ne condizionarono lo sviluppo e l'espansione.

Storicamente, la prima linea telefonica italiana fu realizzata nel 1877 a Milano e collegava il Municipio al Posto di Guardia della Stazione dei "Pompieri" (ora si chiamano Vigili del Fuoco); si trattava, evidentemente, di una linea "urbana" di servizio pubblico. La prima "interurbana", invece, avvenne l'anno seguente quando la telefonata venne fatta da Tivoli a Roma al Re, al quale, oltre alle parole, venne anche fatta ascoltare un po' di musica. E fu proprio questo duplice aspetto (attraverso il telefono si potevano trasmettere sia parole che musica) ad innescare una questione squisitamente politica per quei tempi (ma in alcuni casi ancora oggi) di difficile interpretazione e soluzione: il telefono era o non era un "servizio pubblico"?
Si trattava di un problema molto importante, e dirimente, perchè se il telefono si doveva interpretare come servizio pubblico (come era allora il telegrafo) la sua gestione avrebbe dovuto essere statale (cioè pubblica ma, a quel punto, lo Stato avrebbe avuto le possibilità tecniche ed economiche per gestirlo?); se, invece, il telefono non aveva caratteristiche di servizio pubblico, la sua gestione poteva tranquillamente essere affidata ai privati (che, peraltro, non vedevano l'ora di tuffarsi in una nuova "avventura" economica che prometteva enorme espansione ed altrettanto enorme guadagno).

Dal 1877 al 1881 la situazione della telefonia italiana rimase "sospesa" tra queste due interpretazioni che, a seconda delle idee dei vari governi che si susseguirono (in quattro anni se ne succedettero cinque, due dei quali presieduti da Benedetto Cairoli, a cui qui in Ovada è intitolata l'omonima strada), trovavano favore od opposizione a seconda del posizionamento politico nei confronti delle varie "lobbies" industriali del tempo (l'attività di lobbying a quell'epoca non era vietata). Di conseguenza, non essendoci certezze politico-amministrative, sia lo Stato che le varie realtà industriali del settore "tergiversavano" (dal Latino "terga versare", cioè voltare le spalle, girarsi di schiena) e così, mentre le altre Nazioni Europee incentivavano fortemente la nuova tecnologia, qui in Italia si prendeva (e perdeva) tempo. Fu solo nel 1881, il Primo Aprile, che l'allora Ministro Alfredo Baccarini emanò quella che è, a tutti gli effetti, la prima regolamentazione italiana del servizio telefonico nazionale.

Decreto 1881

Spartita così, in modo "quasi salomonico", l'appetitosa torta della telefonia italiana tra pubblico e privato, il risultato fu che allo Stato (Direzione Generale dei Telegrafi) fu affidata la realizzazione e la gestione delle linee più importanti, quelle tra le grandi città, mentre le linee "secondarie" (cioè quelle tra Comuni limitrofi, quelle all'interno di un solo Comune e quelle "singole" tra due soli apparecchi telefonici) vennero affidate in concessione alle varie imprese private.
Le concessioni ai privati erano abbastanza costose (per ogni apparecchio telefonico installato le varie ditte dovevano versare allo Stato ben diciotto Lire, l'equivalente di 86,47 Euro di oggi) e, di conseguenza, ben poche realtà sociali erano allora in grado di dotarsi di telefono. Le concessioni erano triennali, potevano essere rinnovate ogni due anni e non ricevevano alcun contributo da parte dello Stato; inoltre, potevano essere sospese o revocate in qualsiasi momento senza alcun indennizzo.

I primi telefoni in Ovada

In questo panorama, furono assegnate trentasette concessioni a privati e la ditta "Impresa Telefonica per le Reti Secondarie dell'Alta Italia" di Torino dell' Ing. Vittorio Zangelmi era una di queste. E fu proprio questa ditta che installò la prima rete telefonica ovadese.

Già dai primi anni del Novecento in Ovada si erano fatte sentire le richieste per avere collegamenti telefonici, soprattutto da parte di enti pubblici (Comune, Poste, Carabinieri, ecc.) e da parte di aziende private che operavano sia nel settore industriale che vitivinicolo. Anche il Comune di Ovada fu, come tanti altri, interessato sia dalle diatribe politico-amministrative di cui abbiamo detto sopra, sia dalle resistenze di una buona parte di opinione pubblica "conservatrice" che, proprio come accade oggi, riteneva che la novità fosse inutile o, perfino, dannosa ("C'è già il Telegrafo che funziona bene. Che bisogno c'è di un'altra diavoleria moderna?"). L'Amministrazione Comunale, quindi, come aveva fatto lo Stato in precedenza, tergiversò per oltre dieci anni fino a che in Consiglio Comunale fu eletto Pietro Duina, che fu anche nominato Assessore al Dazio (quello che oggi si chiama Assessore alle Finanze) e che decise di risolvere il problema.

Abbiamo già parlato ampiamente di Pietro Duina in un precedente articolo dedicato a lui ed all'importante attività di distilleria che egli fondò in Ovada nel 1902 e che nel giro di pochi anni raggiunse una notorietà internazionale ed intercontinentale. Egli era un industriale di larghe vedute e si rese conto subito che il telefono sarebbe diventato il mezzo di comunicazione più efficiente per mettersi in contatto con altre realtà industriali e per trattare affari in modo veloce e, soprattutto, diretto.
Fu così che, nel 1910, presentò in Consiglio Comunale una proposta per la realizzazione di una rete urbana telefonica che potesse mettere in contatti i vari utenti tra di loro ma che, soprattutto, tramite un collegamento con Novi Ligure, potesse collegare gli utenti ovadesi con tutta la rete telefonica italiana (da Novi ad Alessandria, da Alessandria a Torino e Milano, ecc.).
La sua iniziativa, ovviamente, fu avversata dagli altri esponenti politici che rappresentavano la parte più conservatrice della popolazione e, per portare a compimento la sua idea, Duina dovette subire intralci, ostracismo, dispetti "politici" e polemiche pretestuose e strumentali. Nonostante questo, per oltre un anno egli portò avanti la sua proposta fino a che, il 25 Marzo 1911, il Consiglio Comunale approvò, in prima lettura, la convenzione per affidare alla già citata ditta Zangelmi il servizio per la realizzazione di un servizio telefonico ovadese con tanto di collegamento con la rete nazionale di Novi Ligure.

Delibera 1911

Pietro Duina aveva realizzato il suo desiderio, cioè dotare Ovada della sua prima rete telefonica e se il suo operato fu certamente figlio anche della sua posizione professionale di imprenditore, che dall'installazione del telefono traeva vantaggi economici, d'altra parte non si può fare a meno di dovergli riconoscere il merito "sociale" dell'iniziativa, che consentì alla nostra cittadina di aprire le sue porte ad una novità tecnologica che le darà modo ben presto di moltiplicare gli apparecchi telefonici e di comunicare sempre meglio e più rapidamente con la Provincia, con la Regione, con l'Italia, con l'Europa e con il Mondo.
E' da sottolineare che Pietro Duina, dopo aver "incassato" il successo della sua iniziativa, presentò le sue dimissioni sia da Assessore che da Consigliere, adducendo motivi di salute ed impegni di lavoro. In realtà, come riportato da alcuni giornali locali, tante gliene avevano fatte e dette per questa sua iniziativa che decise, pare siano parole sue, di non avere mai più a che fare con la politica ovadese. Dopo averle rifiutate un paio di volte, il 23 Ottobre 1912, vista la determinazione irrevocabile di Duina, il Sindaco propose le sue dimissioni al Consiglio Comunale, che le approvò.

La convenzione tra il Comune di Ovada e la "Impresa Telefonica per le Reti Secondarie dell'Alta Italia" di Zangelmi prevedeva:

"- 1. L'Impresa Telefonica per le Reti Secondarie dell'Alta Italia Sig. V. Zangelmi e C. costruirà a sue spese la linea telefonica d'estensione Novi-Ovada, installando vari circuiti a seconda delle esigenze del servizio, e impiantando una nuova rete di distribuzione in Ovada con Centrale raccoglitrice di apparecchi in abbonamento. Tale linea sarà in collegamento diretto con tutta la Rete Nazionale dello Stato ed Internazionale.
- 2. L'esercizio e la manutenzione di tale linea e rete saranno a carico dell'Impresa.
- 3. Il Comune di Ovada con gli enti interessati verseranno all'Impresa un sussidio a fondo perduto dei Lire 7000
(equivalenti a 33.190,53 Euro odierni - N.d.R.) pagabili in 4 annualità di 2000, 2000, 2000 e 1000 Lire rispettivamente.
- 4. Il Comune di Ovada provvederà il locale pel posto pubblico e cabina, nel caso l'Impresa non venga ad accordi per installare la Centrale Telefonica presso l'Ufficio Postale Telegrafico.
- 5. L'impianto sarà fatto a regola d'arte con apparecchi a grandissime distanze e la distribuzione principale di Ovada sarà di cavo per garantire maggior sicurezza al servizio.
- 6. Le tariffe agli apparecchi in abbonamento saranno le medesime di quelle della rete urbana di Novi e con le seguenti:
- Cat. A ogni apparecchio Lire 130
(equivalenti a 616,40 Euro odierni - N.d.R.)
- Cat. A per ogni apparecchio ad uso privati, professionisti, Opere Pie, farmacisti, piccoli esercenti, annue Lire 100 (equivalenti a 474,15 Euro odierni - N.d.R.)
- Sconto del 50% agli Uffici Governativi, Comunali e Provinciali
- Sconto del 10% agli utenti di più apparecchi.
Gli abbonati avranno diritto a conversare gratuitamente ed illimitatamente con tutti gli abbonati della Rete Urbana di Novi, Gavi, Serravalle, pozzolo, Ovada e gli altri Comuni che man mano si collegheranno. Avranno inoltre diritto ad avere conversazioni sulla rete dello Stato, previo pagamento delle tasse stabilite in partenza da Novi senza alcuna sopratassa pel maggior percorso Novi-Ovada.
- 7. La tariffa delle conversazioni della cabina pubblica sarà di 40 Centesimi
(equivalenti a 1,90 Euro odierni - N.d.R.) per ogni 5 minuti di conversazione.
- 8. L'impianto verrà eseguito entro tre mesi dalla data del Decreto di Concessione."


... a distanza

Finora abbiamo parlato di telegrafo e di telefono; al giorno d'oggi ci sono molte parole che presentano il prefisso "tele". Che cosa significa?
Il prefisso "tele" deriva dal Greco e significa "a distanza" ed il resto della parola rappresenta "che cosa" si trasmette (e si riceve) a distanza, senza contatti fisici. Alcuni esempi:
- Telegrafia (grafia=scrittura): trasmettere e ricevere brevi testi a distanza;
- Telefonìa (fonìa=voce): trasmettere e ricevere la voce a distanza;
- Televisione : trasmettere e ricevere immagini in movimento e voce (video) a distanza;
- Telepatia (pathos=emozione) : trasmettere e ricevere pensieri ed emozioni a distanza (non scientificamente provata);
- Telecinesi (kinesis=movimento) : far muovere le cose a distanza (non scientificamente provata);
- Teletrasporto (termine di fantasia cinematografica): trasportare cose a distanza;
- Telefax (detto comunemente Fax, facsimile): trasmettere e ricevere testi ed immagini a distanza in forma "simile" agli originali;
- Teleconferenza: effettuare riunioni a distanza;
- Telemedicina: effettuare procedure mediche di diagnostica, prognosi e cura a distanza;
- Televendita: Effettuare operazioni di vendita/acquisto a distanza;
- Telemetria: Effettuare misurazioni a distanza;
...e via citando.
In tutti i casi, fondamentalmente, si tratta di "comunicazioni" (di qualsiasi tipo esse siano) tra due o più persone poste a distanza (breve o grande non importa) che NON interagiscono direttamente tra di loro, ma lo fanno tramite un "mezzo". L'insieme dei mezzi che vengono utilizzati per connettere queste persone prende il nome di "Telecomunicazioni", che oggi comprendono radio, telefono, televisione, internet, satelliti e quant'altro renda possibile la comunicazione a distanza.
Alcuni di questi mezzi sono "unidirezionali" come, ad esempio, la radio (intesa come broadcasting) e la televisione: uno trasmette e gli altri ricevono. Altri sono "alternativamente bidirezionali" come il Telegrafo, in cui lo scambio di informazioni si svolge alternativamente. Il telefono, già fin dalla sua origine, rappresentò invece una rivoluzione epocale nel campo delle comunicazioni poiché consentiva la "contemporaneità" della comunicazione e consentiva che due persone lontane potessero "dialogare" esattamente come se fossero in presenza. Fu questa la differenza che lo fece diventare (e lo è ancora oggi in tutte le sue evoluzioni) il migliore e più affidabile mezzo di telecomunicazione interpersonale possibile.

Una piccola curiosità: il Telefax (o "Fax"), oggi ampiamente superato dalle moderne tecnologie, non è stato il primo mezzo di trasmissione di immagini a distanza. Il suo "papà" fu il "Belinògrafo", che inviava immagini (che si chiamavano "Belinogrammi") attraverso le linee telefoniche. No, non c'entra niente l'omonima parola genovese; si chiamava così perchè fu inventato nel 1913 in Francia da Édouard Belin e fu ampiamente utilizzato fino agli Anni Sessanta del secolo scorso, quando prese il nome di "Telefoto" (trasmissione a distanza di immagini) per poi diventare universalmente "Facsimile" o "Fax".

Dal 1881 al 1925

Come abbiamo citato in precedenza, il panorama della telefonìa italiana a cavallo tra l'Ottocento ed il Novecento era caratterizzato dalla presenza di molte (oltre settanta) e diverse realtà industriali, alcune più solide ed affermate ed altre più piccole e meno "forti" sotto il punto di vista commerciale. A ciò si aggiungeva il fatto che la politica nazionale oscillava sempre tra la nazionalizzazione e la privatizzazione del servizio, cosa che non favoriva queste aziende sotto il punto di vista degli investimenti; inoltre, non esisteva uno "standard" tecnico ed ogni azienda telefonica adottava quello che caratterizzava le apparecchiature che venivano utilizzate, tutte di provenienza statunitense (Bell, Western Electric, American Telegraph and Telephones, ecc.) e che nella maggioranza dei casi non erano "compatibili" tra di loro.
Ci furono diversi tentativi da parte dello Stato di "nazionalizzare" almeno quella parte di servizio che riguardava le aziende più attive ma, quando ciò accadeva, lo Stato si ritrovava a non avere le risorse per gli adeguamenti tecnici e lo sviluppo delle reti. Inoltre, mancava anche la sicurezza delle concessioni, poiché esse venivano prolungate o ridotte a seconda dei contrastanti indirizzi dei vari governi che si succedevano. Il risultato di questa situazione fu che le reti telefoniche italiane, proprio negli anni in cui in Ovada arrivava il telefono, erano poco adeguate, poco efficienti, poco affidabili e, soprattutto, non presentavano quell'espansione che invece stava avvenendo negli altri Paesi Europei (all'inizio del secolo scorso, il numero di apparecchi telefonici ogni mille abitanti in Italia era di 0,6, in Francia erano 2,1, in Germania 5,1, in Svezia 15,6 ed in Svizzera 17,6).
Lo Stato, che, abbiamo detto, si era riservato il diritto di creare e gestire i "grandi collegamenti" (le "interurbane"), nel 1913 aveva predisposto piani di ampliamento della rete, soprattutto verso il Sud della penisola (che in fatto di telefonìa era fortemente penalizzato) ed aveva elaborato diversi progetti di espansione; purtroppo il Primo Conflitto Mondiale bloccò tutto.
Dopo la Guerra, in Italia, assieme al resto, ricominciò anche la battaglia politica che vedeva sempre la nazionalizzazione opporsi alla privatizzazione (o "liberalizzazione"); una parziale buona notizia fu che nei territori ottenuti dall'Austria dopo il conflitto, tutte le infrastrutture telefoniche che già vi esistevano passarono all'Italia come "ristoro danni di guerra" e, quindi, per quei territori non fu necessario installare linee nuove ma, solamente, collegare quelle ex-austriache con quelle italiane.
Purtroppo, come accadde per molte altre realtà industriali italiane, molte imprese telefoniche non ressero all'impatto negativo della guerra sull'economia; si aprì così un "balletto" di fusioni, incorporazioni, cessioni di quote azionarie, riposizionamenti e chiusure che non contribuì allo sviluppo della telefonìa italiana, portando ad un notevole grado di confusione in cui chiarezza e trasparenza non erano il pane quotidiano. Inoltre, proprio in quel periodo, molte aziende telefoniche straniere, approfittando della confusione, entrarono nel mercato italiano acquisendo od incorporando ditte in difficoltà ed operando fusioni societarie che, di fatto, ne rendevano determinante la presenza (e l'influenza) sul mercato.
Lo Stato, come abbiamo detto, tergiversava e "stava alla finestra" per vedere come andava a finire ma, lo abbiamo già detto, aveva mantenuto il controllo delle "grandi reti", la cui gestione e sviluppo affidò, nel 1921, ad una ditta che era stata appositamente fondata dalle due maggiori aziende di produzione di cavi di quel tempo, la Pirelli e la CEAT, che, a partire da quell'anno, moltiplicò le linee interurbane nazionali, installò alcune "dorsali" che arrivavano fino alle grandi città del Sud e realizzò efficaci collegamenti internazionali con Francia, Germania e Svizzera.
Quella ditta si chiamava SIRTI (Società Italiana Reti Telefoniche Interurbane) ed è attiva ancora oggi, è uno dei più grandi gruppi mondiali specializzati nella progettazione e realizzazione di impianti di telecomunicazione e può vantare la realizzazione (nel 1977) della prima rete in fibra ottica. Società a Capitale Unico (una delle poche rimaste), controlla due società, "Sirti Telco Infrastructures" e "Sirti Digital Solutions". La sede originaria era a Milano; attualmente si trova a Sesto San Giovanni.

Intanto, in Ovada...

Come abbiamo visto, la prima delibera di approvazione del progetto ovadese per la telefonia urbana risale al 1911; per il perfezionamento burocratico della pratica e per l'installazione delle linee (che allora erano tutte "aeree", cioè i fili correvano su pali) ci volle un anno fino a che l'impianto fu inaugurato nel mese di Aprile 1912.
Come abbiamo accennato, la "capienza" del centralino ovadese poteva arrivare fino a sessanta utenti (apparecchi telefonici) ma inizialmente furono solo una ventina i numeri che vennero assegnati e, ovviamente, partivano dal numero "1". Come era stato previsto, l'Amministrazione dei Telegrafi dello Stato NON diede l'autorizzazione ad installare il centralino ed il posto pubblico telefonico presso i suoi uffici e quindi il centralino, con sede della ditta, fu inizialmente ubicato in Piazza San Domenico mentre il posto pubblico telefonico (quello da cui gli Ovadesi potevano effettuare le telefonate con prenotazione sia in arrivo che in partenza) fu ubicato presso il "Caffé della Posta" di Piazza Assunta. Tra quella ventina di utenti c'erano, ovviamente, il Municipio, i Regii Carabinieri, l'Ospedale Sant'Antonio, alcune realtà economiche e finanziarie (tra cui la Banca Santino Carosio), diversi imprenditori e commercianti (tra cui un paio di commercianti in vino) e qualche privato facoltoso.
A quell'epoca non esistevano ancora in Italia i telefoni con disco combinatore (arriveranno dopo una decina d'anni grazie all'industriale milanese Giuseppe Doglio, che divenne l'importatore italiano degli apparecchi prodotti dalla "Siemens", che venivano installati dalla società STIPEL) e tutto il traffico telefonico "passava" attraverso il centralino, dove lavoravano le "operatrici telefoniche", cioè quelle persone, in prevalenza giovani donne, che vennero in seguito denominate "centraliniste".

Centralinista

Il centralino telefonico di allora funzionava così:
Se, ad esempio, l'utente telefonico numero "7" voleva parlare con l'utente numero "3", "sganciava" la cornetta (aprendo così il contatto elettrico) e dava un paio di "giri" di un'apposita manovella; così facendo, provocava un impulso elettrico che faceva suonare un campanello presso il centralino ed accendere una lampadina ("spia") in corrispondenza del suo numero. La centralinista inseriva uno spinotto nella presa di collegamento con il numero sette e rispondeva. L'utente numero sette, allora, chiedeva alla centralinista di essere messo in contatto con l'utente numero tre. L'operatrice prendeva nota della richiesta e "metteva in attesa" l'utente numero sette il quale rimaneva collegato (cioè "in linea", senza riagganciare il ricevitore) in attesa della risposta.
L'operatrice, a quel punto, inseriva uno spinotto nella presa relativa all'utente numero tre e, girando la solita manovella, gli faceva squillare la suoneria del telefono. Se l'utente numero tre non rispondeva, la centralinista si ricollegava con l'utente numero sette e gli riferiva l'impossibilità di effettuare il collegamento e, a quel punto, l'utente aveva due possibilità: rinunciare alla telefonata oppure farla mettere "in lista di attesa" (l'operatrice richiamava ad intervalli prefissati di tempo l'utente numero tre e, quando rispondeva, procedeva a richiamare l'utente numero sette). Se, invece, l'utente numero tre rispondeva subito, l'operatrice gli riferiva della richiesta in arrivo e gli chiedeva se accettava di ricevere la telefonata; se la richiesta veniva accettata, l'operatrice si metteva in contatto con il numero sette, lo informava che il corrispondente accettava la telefonata e gli chiedeva se era pronto ad essere messo in comunicazione. Il numero sette rispondeva "Pronto!" ed avveniva la telefonata. E' da questa procedura che prende origine la consuetudine, per noi Italiani, ancora oggi quando utilizziamo i moderni smartphones, di rispondere "Pronto", seguìto, a piacere, da un punto interrogativo od esclamativo.

Una caratteristica dei centralini di quell'epoca era quella di essere ubicati presso abitazioni civili, dove risiedevano le operatrici (in modo da essere sempre "presidiati", giorno e notte) e la loro gestione era affidata in concessione a privati. Come abbiamo detto, il primo centralino di Ovada fu installato in Piazza San Domenico; negli anni seguenti fu spostato in Via Cairoli, all'ultimo piano del palazzo ove è ubicata l'Oreficeria Minetto, dove rimase qualche decennio per poi essere trasferito dapprima in Piazza XX Settembre e, nei primi Anni Cinquanta, in Via Torino. Ma di questo parleremo dopo.

1925 - Spartizione del servizio telefonico nazionale ed ingresso della SIP

All'inizio degli Anni Venti del Novecento si iniziò a parlare, a livello governativo, della razionalizzazione del sistema telefonico italiano, poiché il numero delle società telefoniche era consistente ma, soprattutto, la maggioranza di esse erano di dimensioni (sia dal punto di vista societario-commerciale che delle aree "coperte" dal servizio) troppo modeste. La soluzione che si prospettava, e di cui si discuteva, era quella di suddividere il territorio nazionale in alcuni settori, ognuno dei quali avrebbe dovuto avere un solo gestore telefonico.
Con una simile prospettiva, ovviamente, partì la corsa alle "fusioni" delle varie realtà telefoniche territoriali e fu in quegli anni che nacquero alcune delle aziende più importanti del settore. Tra queste si possono citare la TIMO ("Telefoni Italia Media Orientale") con sede a Bologna, la TEL-VE ("Società TELefonica delle VEnezie") con sede a Venezia, la TE-TI ("TElefonica TIrrenica") di Livorno e la STIPEL ("Società Telefonica Interregionale Piemontese E Lombarda"), che fu fondata a Torino nel 1924 e che "incorporava" tutte le precedenti aziende telefoniche territoriali del Piemonte (con la Valle d'Aosta) e della Lombardia. Il primo Presidente della STIPEL fu... Vittorio Zangelmi, lo stesso che quindici anni prima aveva installato il primo impianto telefonico in Ovada.

Il 17 (alla Camera dei Deputati) ed il 29 Novembre (al Senato) 1922, a seguito della cosidetta "Marcia su Roma" ma, soprattutto, grazie alle enormi sollecitazioni che le realtà industriali del Nord Italia avevano esercitato sul Re, fu votata la fiducia al primo (ed unico) Governo capeggiato da Benito Mussolini, il cui Consiglio dei Ministri contava solo tre esponenti del Partito Nazionale Fascista (due erano del Partito Popolare (la futura Democrazia Cristiana), due del Partito Liberale e gli altri di formazioni minori), governo che prese subito in mano la questione telefonica con un approccio assai "decisionista".
Tra il 1923 ed il 1925, quindi, il territorio italiano fu suddiviso in cinque "zone" telefoniche, da affidarsi ognuna ad un solo gestore.
Il sistema rimaneva, come prima, una specie di misto pubblico-privato in cui lo Stato manteneva la gestione delle grandi linee interurbane ma le concessioni telefoniche erano solo cinque, e questo favoriva di molto l'omogeneizzazione del servizio, che iniziava ad assumere una connotazione "quasi" nazionale. La suddivisione era così organizzata:
- alla STIPEL andavano Piemonte (con la Valle d'Aosta) e Lombardia;
- alla TELVE andavano le Tre Venezie (attuali Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige), Pola, Fiume e Zara;
- alla TIMO andavano Emilia-Romagna, Marche, Umbria, Abruzzo e Molise;
- alla TETI andavano Liguria, Toscana, parte del Lazio e Sardegna;
- alla SET (Società Esercizi Telefonici) andavano la rimanente parte del Lazio, tutta l'Italia Meridionale e la Sicilia.

Questa divisione si rivelava assai soddisfacente ma, come ovvio, queste Società, tutte private e quotate in Borsa, potevano essere "scalate" da altre società più grandi e, soprattutto, "estere", tra cui, molto "aggressiva" in quel periodo era la "AT&T" (American Telephone and Telegraph), che altro non era che la discendente della vecchia "Bell Telephone Company", che era stata fondata nel 1875 da quell' Alexander Graham Bell che avrebbe "rubato" al nostro Meucci l'invenzione del Telefono (ne abbiamo parlato in apertura).
Il Governo Mussolini, di forte caratterizzazione "nazionalista", non vedeva di buon occhio il rischio di ritrovarsi in casa aziende straniere che, soprattutto nel campo delle comunicazioni, avrebbero potuto interferire, anche pesantemente, sui suoi piani. Fu così che, nel 1925, entrò in scena la SIP.

Come abbiamo già detto, la STIPEL fu fondata a Torino nel 1924 da Vittorio Zangelmi ed incorporava tutte le realtà locali di Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta. Nel 1925, quando venne pubblicato il bando per partecipare all'asta per la gestione dei servizi telefonici della prima zona, la STIPEL, pur abbastanza forte economicamente, non aveva i fondi necessari (il Governo chiedeva a tutti i concorrenti un aumento di capitale di cinquanta milioni di Lire) e, quindi, si rivolse alla "Società Finanziaria Alta Italia" per ottenerli. Ma la Società Finanziaria Alta Italia era controllata dalla SIP (la famosa "Società Idroelettrica Piemontese" di cui abbiamo parlato in apertura) la quale, concessi i fondi per l'aumento di capitale, divenne "controllante" della STIPEL e la prima cosa che fece fu quella di estromettere, senza tanti complimenti, Zangelmi per insediare un nuovo Presidente del Consiglio di Amministrazione.
Lo stesso procedimento riguardò anche le altre quattro ditte di cui abbiamo parlato prima (TELVE, TIMO, TETI e SET); concessi i finanziamenti, la SIP ne prese il totale controllo e, in tal modo, divenne, dietro le quinte ma DI FATTO, l'unico gestore di tutta la rete telefonica italiana. Da quel momento la SIP (che tra i suoi membri del C.d.A. poteva annoverare anche Giovanni Agnelli e che era "controllata" dalla Banca Commerciale Italiana) si dedicò esclusivamente alla telefonia. Anche se le apparenze mostravano altro, si era arrivati al monopolio telefonico.

Il "Disco Combinatore"

La tecnologia del "disco combinatore" fu ipotizzata e sperimentata negli Stati Uniti nel 1896 ma fu solo a partire dal 1919 che i "telefoni automatici", realizzati dalla già citata AT&T, iniziarono a diffondersi in Europa e nel Mondo. I ragazzini di oggi non sanno di cosa stiamo parlando, ma tutti noi, più "anziani", abbiamo utilizzato questo tipo di telefono il cui principio di funzionamento era, fondamentalmente, quello di "bypassare" il centralino (e le centraliniste) per connettersi direttamente all'utente desiderato.
 telefono a disco Gli apparecchi telefonici erano (parliamo al passato anche se esistono ancora moltissimi apparecchi di tale tipo, perfettamente funzionanti) dotati di una specie di rotella (il "disco") numerata da zero a 1 (0, 9, 8, 7, ecc.) con dei buchi in corrispondenza dei numeri. Si inseriva un dito nel buco corrispondente ad un numero e, dopo aver fatto ruotare il "disco" fino al fine corsa, lo si rilasciava. Grazie ad una molla interna, il disco tornava indietro e, nel ritorno, metteva in funzione un meccanismo elettromeccanico che, chiudendo ed aprendo un contatto, inviava sulla linea una serie di impulsi uguale al numero scelto (due impulsi per il 2, cinque per il 5 e così via fino a dieci impulsi per il numero zero). Gli impulsi raggiungevano la centrale telefonica, dove venivano "contati" da apposite apparecchiature e mettevano in funzione complessi meccanismi, sempre elettromeccanici, che "selezionavano", una cifra dopo l'altra, il numero di telefono chiamato e, tramite appositi "relais", stabilivano il contatto.
Come si vede, il disco combinatore fu un'evoluzione enorme della tecnologia telefonica e se nei primi tempi veniva utilizzato solo per i collegamenti urbani, col passare dei decenni venne utilizzato anche per le telefonate interurbane ed internazionali, mandando così in pensione i vecchi centralini manuali e le "signorine" centraliniste. In seguito, nel 1957, questa modalità di telefonìa, che consentiva di accedere automaticamente alle cosidette "sottoreti" (caratterizzate dai diversi "prefissi" nazionali) e, poi ancora, alle reti internazionali (ed intercontinentali), prese il nome di "Teleselezione", cioè "scelta a distanza" (di un numero telefonico).

Una curiosità. Oggi, in pieno delirio di cellulari e di smartphones iperfantascientifici, c'è qualcuno che si è chiesto se il disco combinatore possa essere ancora utilizzato. Tutte le evidenze suggerirebbero di no, ma l'IngegnerA aerospaziale statunitense Justine Haupt ha ipotizzato, progettato e realizzato un telefono cellulare con disco combinatore.
Per gli "elettronici": questo cellulare è realizzato utilizzando "Arduino" (progetto e marchio tutto italiano, nato ad Ivrea nel 2005 e recentemente acquisito dalla statunitense Qualcomm) e può essere realizzato da chiunque abbia le necessarie competenze e con l'ausilio di una buona stampante 3D. In alternativa, si possono richiedere i vari componenti alla realizzatrice (il Kit completo costa cinquecentocinquanta Dollari ma, al momento, la ricezione di nuovi ordini è sospesa). Per tutte le info, cliccate sull'immagine qui sotto:



Ovviamente, ça va sans dire, questo apparecchio serve per... telefonare (e per mandare e ricevere SMS). Non ha la rubrica dei numeri e, purtroppo (o fortunatamente), non ha né internet né i socialmedia.

Altra curiosità: poiché la rete telefonica italiana è "retrocompatibile" e supporta sia gli apparecchi ad impulsi che quelli a "toni", di "vecchi" telefoni con disco combinatore ne esistono ancora moltissimi e funzionano benissimo sia sulle linee telefoniche tradizionali che sulle linee ADSL (a patto di inserire gli appositi filtri per evitare interferenze con i modems). NON funzionano, invece (a meno di effettuare modifiche ai circuiti), sulle linee a fibra ottica (FTTH e/o FTTC).

Ovada e d'intorni

Come abbiamo detto, il primo centralino ovadese aveva una "capienza" di sessanta numeri ma all'inizio gli utenti furono solamente una ventina. Negli anni seguenti, come era stato previsto, vennero realizzate alcune linee telefoniche che collegavano Ovada con altri paesi del circondario dove, evidentemente, erano ben poche le richieste di allacciamento. Fondamentalmente, infatti, le realtà sociali che allora avevano la possibilità di sostenere le spese di un collegamento telefonico erano di tre tipi: i "servizi pubblici" (Uffici Pubblici, Carabinieri, Ospedale, Medici, ecc.), le imprese commerciali e/o industriali (che con il telefono "snellivano" e velocizzavano moltissimo la loro attività) e i "ricchi", cioè le persone o famiglie facoltose che potevano permettersi quello che oggi si definirebbe come "status symbol". Se in Ovada erano presenti molte di queste realtà sociali, nei paesi circostanti esse erano molto meno. In ogni caso, nei decenni seguenti alla sua installazione, il centralino di Ovada aumentò gli utenti, ed è abbastanza sintomatico di questa situazione un "Elenco degli abbonati" che risale ai primi Anni Trenta del Novecento:

Abbonati 1930

Da questo elenco (ne presentiamo solo la prima pagina) risulta che a quell'epoca i numeri attivi erano una cinquantina e comprendevano le tre categorie di utenti che abbiamo sopra descritto. Come si vede, le realtà dei paesi circostanti dotate di telefono erano i Municipi (Castelletto d'Orba, Silvano d'Orba e Tagliolo Monferrato) i Carabinieri (Castelletto d'Orba) ed il Marchese Pinelli-Gentile di Tagliolo.
Abbastanza curiosa è l'assegnazione dei numeri, che vede diversi "doppioni"; al numero "1", ad esempio, troviamo infatti ben quattro utenti: il Garage di Melone di Ovada, il Municipio di Silvano, il Municipio di Tagliolo e i Carabinieri di Castelletto d'Orba. Ovviamente, tutte queste linee facevano capo al Centralino di Ovada ed era in quella sede che le operatrici "sceglievano" quale fosse il numero "1" da chiamare sulla base delle richieste. Non abbiamo notizie su quale principio (logico, tecnico od operativo) venisse fatta l'assegnazione dei numeri (cronologia di presentazione delle richieste, importanza e "peso" sociale od economico dell'utente, affinità di genere di attività od altro) ma è comunque abbastanza evidente che lo "sdoppiamento" dei numeri e la quasi casuale loro assegnazione creava una certa confusione, a cui ponevano rimedio, con la loro esperienza, le centraliniste di quel tempo.

Ovviamente, a partire dal 1925, la gestione dei telefoni ovadesi passò alla STIPEL, che la mantenne per i seguenti quarant'anni e che effettuò ampliamenti e miglioramenti (con l'introduzione degli apparecchi a disco combinatore) molto significativi sia dal punto di vista delle attrezzature che della gestione amministrativa. Fu nell'àmbito di queste migliorìe che la sede ovadese fu trasferita in Piazza XX Settembre, nei locali del palazzo ove oggi è ubicata la filiale ovadese della BPM (Banca Popolare di Milano, ex Cassa di Risparmio di Alessandria):

Stipel Anni 30

In quella sede c'erano gli uffici amministrativi, gli sportelli per il pubblico, il centralino con le apparecchiature tecniche, le centraliniste e le cabine telefoniche. Sicuramente quell'ubicazione fu suggerita dall'espansione che in quel periodo caratterizzò la nostra città, che vedeva il suo "centro" non più in Piazza Assunta bensì nella Piazza XX Settembre.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, all'inizio degli Anni Cinquanta del secolo scorso, la STIPEL riprese ed intensificò i lavori di potenziamento della rete telefonica ovadese e fu proprio in quegli anni che avvenne un ulteriore spostamento della sede, che da Piazza XX Settembre si trasferì in Via Torino, nella palazzina di proprietà comunale appena realizzata a fianco del Municipio, in cui oggi hanno sede i Servizi Demografici Comunali:

Stipel Anni 50

Quello spostamento veniva incontro all'esigenza dell'epoca di rendere il più possibile "concentrati" i servizi pubblici per renderne più agevole l'utilizzo da parte dei cittadini. In effetti quella nuova sistemazione rendeva accessibili, nel raggio di trenta metri, gli Uffici Comunali, l'Ufficio Postale (con annesso Telegrafo) che si trovava in Piazza Matteotti ed i servizi telefonici.
A partire dai seguenti Anni Sessanta, con l'istituzione del servizio telefonico nazionale e l'avvento della SIPTel, la rete telefonica ovadese fu caratterizzata da un profondo ammodernamento e l'adozione di sempre più nuove e sofisticate tecnologie (unite al progressivo "trasferimento" delle linee "aeree" nel sottosuolo) ne provocò, da una parte, una fortissima espansione mentre, dall'altra parte, rese sempre più marginale il lavoro delle "centraliniste", le cui figure professionali si andarono via via riducendo per poi essere definitivamente eliminate all'inizio degli Anni Settanta. Fu proprio in quegli anni che venne dismessa la sede di Via Torino e le apparecchiature tecniche vennero trasferite nella nuova centrale telefonica che era stata appena realizzata, centrale che tutti gli Ovadesi conoscono ma di cui non possiamo citare pubblicamente né l'ubicazione né le caratteristiche (la rete telefonica, così come quella elettrica, rientra nelle infrastrutture strategiche ai fini della Sicurezza Nazionale).

STIPEL, SIPTel e Telecom-TIM

Come ricorderete, a partire dal 1925 la SIP era la controllante delle cinque aziende che si erano "spartite" il servizio telefonico nazionale. La crisi del 1929 (che qui arrivò due anni dopo) mise in enorme difficoltà la finanza nazionale ed anche la Banca Commerciale Italiana che, ricordiamo, "controllava" la SIP, si vide costretta a "svendere" i suoi gioielli di famiglia (tra cui, appunto, anche la SIP). Dopo essere forzatamente confluita nell'IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), quest'ultima ne scorporò tre aziende (STIPEL, TIMO e TELVE) e le pose sotto il controllo della torinese STET (Società Torinese Esercizi Telefonici) e questa situazione si protrasse fino al secondo dopoguerra.
Nel 1955 scaddero le concessioni telefoniche e la STET, che nel frattempo era diventata il maggiore e migliore gestore della telefonìa italiana, ottenne che anche le altre due aziende (TETI e SET, che erano rimaste fuori dal suo controllo) entrassero a far parte del gruppo che, in questo modo, era ormai pronto a cogliere i frutti della "nazionalizzazione" del servizio telefonico di cui si parlava da tempo e che si verificò nel 1962.

La nazionalizzazione fu decretata nel 1962 e due anni dopo, nel 1964, le cinque aziende della STET furono "incorporate" nella SIP, che per l'occasione aveva anche cambiato la sua denominazione sociale in SIPTel ("SIP - Società Italiana per l'Esercizio Telefonico"); alla nuova ditta venne rilasciata una concessione unica nazionale e le vennero corrisposti gli indennizzi che lo Stato avrebbe dovuto versare alle cinque ditte (che in essa erano confluite) come rimborso per la cessione forzosa. Da quel momento, il monopolio telefonico italiano fu ufficializzato e la SIPTel, nei seguenti decenni, non solo espanse come mai prima era accaduto il servizio di telefonìa italiano ma, anche, fu protagonista di tutta una serie di innovazioni che prepararono la strada per quella rivoluzione tecnologica che oggi consente a tutti noi, tramite un banale (ma non lo è per niente) smartphone, di comunicare con ogni angolo del Mondo tramite i cavi sottomarini, i ponti radio, le fibre ottiche ed i satelliti.
Fu potenziata e razionalizzata la Teleselezione (nazionale, internazionale ed intercontinentale); fu modernizzata e resa di uso comune la "Filodiffusione" (trasmissione di musica di alta qualità attraverso i cavi telefonici), furono installate decine di migliaia di cabine telefoniche pubbliche, furono introdotte le "schede telefoniche", vennero implementati (a partire dal 1960) i collegamenti telefonici via satellite, a partire dagli Anni Settanta si iniziò ad utilizzare la fibra ottica, all'inizio degli Anni Novanta vennero introdotti i primi telefoni "cellulari" (allora detti "radiomobile") che utilizzavano (e utilizzano tuttora) le onde radio per le comunicazioni, venne introdotto il servizio "Videotel", che tramite appositi mini-terminali video consentiva di ricevere notizie, prenotare biglietti ferroviari ed aerei e tante altre cose che oggi facciamo comodamente dal nostro smartphone... Insomma, in mezzo secolo la SIPTel cambiò faccia alle comunicazioni telefoniche italiane, adeguandole (ed in alcuni casi anche precedendo) alle nuove tecnologie che anno dopo anno si presentavano sulla scena internazionale.

Nel 1994, in vista della "privatizzazione", prevista peraltro anche dalle normative europee, la SIPTel incorporò altre quattro ditte italiane operanti nel settore (IRITel, Italcable, Telespazio e SIRM (controllata dalla STET)) e cambiò la sua denominazione in "Telecom Italia". Due anni dopo venne "creata" la TIM ("Telecom Italia Mobile"), controllata in maggioranza dalla STET. Nel 1997, in occasione dell'attuazione della privatizzazione, la TIM venne "fusa" nella Telecom.

Da allora è storia recente, ed il "risiko" societario, che riguarda prevalentemente le società di telefonia mobile, è sempre molto "effervescente" e vede continui cambi di scenario, alleanze, fusioni, incorporazioni, acquisti e vendite di società (o parti di esse) in cui entrano ed escono attori nazionali ed internazionali che sul mercato azionario mondiale, a colpi di "OPA" ("Offerte Pubbliche di Acquisto", dette anche "scalate"), cercano -e spesso riescono- di ottenere il controllo (od aumentare la loro partecipazione) di altre società. E' il caso, ad esempio, della "Omnitel" (che era controllata da Olivetti) che, acquisita dalla britannica "Vodafone", ha dato origine a "Vodafone Italia", oppure della canadese "Wind" e dell'italiana "3 Italia", che si sono fuse dando origine a "Wind Tre"; caso analogo è stata la nascita di "Iliad", che altro non è che la "costola" italiana dell'omonima società di telecomunicazioni francese.
Insomma, dietro ai banali (e perlopiù inutili) "tweet" che giornalmente ci scambiamo su "X" "spippolando" compulsivamente sul "touchscreen" del nostro smartphone, oppure dietro ai video (altrettanto inutili) che postiamo su TikTok mentre ci laviamo i piedi, c'è un mondo sterminato in cui tecnologie avanzatissime quasi fantascientifiche ed il lavoro di migliaia di operatori si mescolano con montagne di soldi (veri e "virtuali"), traffici, intrallazzi (dal Latino "inter" e "laqueos" (tra i lacci - imbroglio di fili)) ed "inciuci" (termine onomatopeico che significa "intrigo" o "accordo sottobanco") politici e finanziari di cui non ci rendiamo (ed è meglio che non ce ne rendiamo) conto. Oggi, come centoquindici anni fa.


Si ringraziano:
- Paolo Bavazzano ed Ivo Gaggero dell'Accademia Urbense di Ovada;
- Giovanni Battista ("Giampaolo") Campora-Isnaldi, memoria storica della telefonia ovadese.